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Evoluzione dell'aratro, prime macchine agricol
I Romani perfezionarono l'aratro munendolo di una lama triangolare di ferro fissata al ceppo, che rompeva il terreno e lo smuoveva attraverso due alette a forma di "V" poste ai lati della lama stessa; in epoca successiva venne aggiunto un ulteriore elemento, il coltro, una sorta lama verticale che precedeva il ceppo e che infiggendosi nella terra la tagliava facilitando l'azione della lama che seguiva il taglio. L'aratro romano può essere considerata la prima vera macchina agricola, ma non era la sola che essi impiegavano. Un altro problema che i Romani si posero era quello della raccolta delle messi: quando essi conquistarono le Gallie scoprirono che le popolazioni locali utilizzavano delle macchine mietitrici, mosse da animali, rudimentali ma efficaci: era una specie di cassa montata su ruote con l'orlo anteriore dentato, la "testa" tagliata delle messi ricadeva nella cassa. I romani perfezionarono la macchina sostituendo alla semplice dentatura al bordo un "pettine" che agganciavano le messi tagliandole, o strappandole, rendendo così il lavoro più veloce. Per quello che riguarda la trebbiatura, cioè la separazione dei semi dalla pula, si cercò di meccanizzare anche questo processo, ma ancora fino a qualche decennio fa essa veniva spesso effettuata manualmente riunendo il raccolto su un'aia esposta al vento, battendo con dei bastoni il mucchio si sollevava in aria il tutto con un vaglio, il vento portava lontano la pula, leggera, lasciando ricadere i semi più pesanti nel vaglio. Ovviamente era un metodo che poteva andare bene per piccoli raccolti. I Romani perfezionarono ulteriormente l'aratro munendo il ceppo di una punta a forma di chiglia e di un elemento orizzontale, chiamato orecchio, che rivoltava le zolle, l'insieme di questi due nuovi elementi costituiva il vomere. L'aratro così concepito rimase quasi invariato fino all' XI secolo, epoca in cui si aggiunse un nuovo elemento, il versoio, che serviva a sollevare, rigirare e frantumare il terreno. | |
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